• Avv. Vittorio Sgromo

Esecuzione della pena a seguito della legge cd. "spazzacorrotti": le prime interpretazioni di merito

Aggiornamento: 9 apr 2019


Dopo il recente  provvedimento del Tribunale di Napoli, un’altra interessante decisione interviene ad affrontare i profili di diritto intertemporale della Legge 9 gennaio 2019, n. 3 (cd. Spazzacorrotti) in tema di esecuzione della pena.

Si tratta della ordinanza dell'8 marzo 2019 del Gip del Tribunale di Como, che ha disposto la temporanea inefficacia dell’ordine di esecuzione della pena per la durata di trenta giorni, così da consentire al condannato di formulare, ove lo riterrà, richiesta di misura alternativa.

Il Giudice era chiamato a decidere se il nuovo art. 656 comma 9 c.p.p. possa trovare applicazione per tutte le esecuzioni in corso al momento della sua entrata in vigore o se sia individuabile un limite temporale solo a partire dal quale la norme di nuova introduzione può produrre effetto. 

In assenza di una chiara scelta del legislatore – si legge nell’ordinanza – «la risposta è demandata al giudice, che dovrà valutare la natura sostanziale o processuale della norma di nuova introduzione e verificare se, in ossequio ai principi espressi nell’art. 25 Cost., nell’art. 2 c.p. e nell’art. 7 CEDU, debba essere dichiarata la irretroattività della norma penale più sfavorevole per i condannati che abbiano commesso il fatto-reato in epoca antecedente all’entrata in vigore della legge peggiorativa».

Pur non essendo «questa la sede per discutere della legittimità della scelta operata dal legislatore di introdurre deroghe al principio generale della sospensione delle pene brevi» – continua il giudice – «quel che si intende sottolineare, sotto il profilo del diritto intertemporale, è che le conseguenze dell’applicazione di tale norma per colui che ha commesso il fatto prima della sua approvazione, si riverberano in fatto, non semplicemente sulla modalità di esecuzione della pena, ma sulla stessa natura della sanzione che nella sua fase iniziale impone la detenzione anche se il soggetto risulterà meritevole di una misura alternativa (con possibilità di accesso alla misura alternativa solo in un secondo momento)».

Applicare retroattivamente una norma che trasfigura il contenuto della sanzione – conclude l’ordinanza – «significa violare l’art. 117 Cost. integrato dall’art. 7 CEDU nonché gli art. 25 c. 2 Cost. e l’art. 2 c.p., norme il cui raggio di operatività non può non estendersi a tutte le disposizioni che, a prescindere dalle etichette, abbiano, come nel caso di specie, un contenuto afflittivo o intrinsecamente punitivo».


- Si segnala, inoltre, la DIRETTIVA DELLA PROCURA GENERALE DI REGGIO CALABRIA


  • LE ORDINANZE DI RIMESSIONE ALLA CONSULTA:

Il Gip di Napoli ha ritenuto di sollevare questione di legittimità costituzionale della nuova Legge nella parte in cui, ampliando il novero dei reati ostativi includendovi i reati contro la Pubblica Amministrazione, «ha mancato di prevedere un regime interemporale, con conseguente applicabilità immediata della nuova disciplina ai fatti commessi prima della entrata in vigore della legge».

Tale impostazione – si legge nell’ordinanza – appare in stridente contrasto con l’interpretazione che nel tempo la Corte EDU ha adottato con riguardo ad istituti implicanti variazioni delle modalità esecutive della pena.

Il giudice ha inoltre richiamato la recente decisione della Corte di Cassazione n. 12451 del 2019 secondo cui «non parrebbe manifestamente infondata la prospettazione difensiva secondo la quale l’avere il legislatore cambiato in itinere le “carte in tavola” senza prevedere alcuna norma transitoria presenti tratti di dubbia conformità con l’art. 7 CEDU e, quindi, con l’art. 117 Cost., là dove si traduce nei confronti del ricorrente nel passaggio – “a sorpresa” e dunque non prevedibile – da una sanzione patteggiata “senza assaggio di pena” ad una sanzione con necessaria incarcerazione, giusta il già rilevato operare del combinato disposto degli artt. 656, comma 9 lett. a), cod. proc. pen. e 4-bis ord. penit.».

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 comma 1 lett. B della Legge 9 gennaio 2019 n. 3 nella parte in cui, ampliando il novero dei reati ostativi includendovi i reati contro la Pubblica Amministrazione, ha mancato di prevedere un regime intertemporale, per contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 27, 111 e 117 Costituzione.


Anche la Corte di Appello di Lecce ha sollevato identica questione. «La assenza di previsione di un regime intertemporalepone un serio profilo di incostituzionalità», pone «sullo stesso piano, sotto il profilo della esecuzione della pena, chi ha commesso il reato potendo contare su un impianto normativo che gli avrebbe consentito di non scontare in carcere una pena, eventualmente residua, inferiore a 4 anni e chi ha commesso o commette il fatto dopo l’entrata in vigore della Legge».

La nuova norma si pone in contrasto – prosegue la Corte – anche con l’art. 25 comma 2 Cost. «per i suoi indubbi riflessi sostanziali in punto di esecuzione della pena in concreto, frutto di un cambiamento delle regole successivo alla data del commesso reato».

I giudici della Corte di Appello hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 comma 1 lett. B della Legge 9 gennaio 2019 n. 3 nella parte in cui ha inserito i reati contro la Pubblica Amministrazione, ed in particolare il reato di cui all’art. 314 comma 1 c.p. tra quelli ostativi alla concessione di alcuni benefici penitenziari per contrasto con gli artt. 3, 25 comma 2 e 117 Cost. in riferimento all’art. 7 CEDU, senza prevedere un regime transitorio che dichiari applicabile la norma ai soli fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore.


Il Tribunale di Sorveglianza di Venezia cita la recente decisione della Cassazione che «ha aperto una breccia, fino ad oggi inscalfibile, prendendo le distanze da quella posizione, definita da autorevole dottrina come frutto di un criticabile “bizantinismo classificatorio”, per allinearsi all’approccio “sostanzialistico” adottato dalla giurisprudenza della Corte EDU sulla “materia penale”».

Questo tribunale – si legge nell’ordinanza – «condividendo nelle sue linee essenziali il percorso logico giuridico seguito dalla Cassazione, valuta necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 comma 6 lett. b Legge 3/2019 ritenendo di non adottare la via dell’interpretazione conforme a Costituzione».

La questione della applicabilità ad una condanna relativa a fatti commessi anteriormente alla entrata in vigore della più restrittiva disciplina, oltre che rilevante, è stata ritenuta non manifestamente infondata da parte del Tribunale di Sorveglianza per contrasto con gli artt. 3, 25 comma 2, 27 comma 3, 117 Cost. e art. 7 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Appare difficile – si legge nell’ordinanza – «continuare a seguire l’affermazione della giurisprudenza di legittimità secondo cui si tratterebbe di norme “processuali” non afferendo le medesime ai profili di accertamento del reato e di irrogazione della pena»: la violazione costituzionale sembra concretizzarsi, in questo caso, «nella assenza di una disciplina transitoria che faccia decorrere l’efficacia delle più restrittive disposizioni dalla data di vigenza della legge n. 3/2019».

La modifica peggiorativa – continua il Tribunale – sembra ledere anche il principio di affidamento tutelato dal principio di irretroattività in materia penale, «irrimediabilmente travolto dalla immediata vigenza delle disposizioni di cui all’art. 1 comma 6 legge 3/2019».

La legge “spazzacorrotti” «ha inciso, per dichiarata volontà dei suoi promotori, proprio sull’inasprimento del trattamento sanzionatorio per i colpevoli di delitti contro la P.A. con il preciso intento di politica criminale di rendere effettivo l’ordinario ricorso alla pena detentiva carceraria in quelle ipotesi in cui, nella normalità dei casi, i condannati potevano aspirare dallo status libertatis alla concessione di una pena non detentiva. Non si tratta, quindi, di modifiche intervenute sulle mere modalità esecutive della pena detentiva (come potrebbero essere quelle, in ipotesi, introdotte per limitare il numero di telefonate o di colloqui esterni per i corruttori), ma di una vera e propria trasformazione della tipologia di pena eseguibile (che da meramente limitativa della libertà diventa radicalmente privativa della libertà personale) con l’obiettivo di un inasprimento della sanzione stessa».

Si è al cospetto – si legge nell’ordinanza – di «un mutamento imprevedibile e indipendente dalla sfera di controllo del soggetto, tale da modificare in senso sostanziale il quadro giuridico-normativo che il soggetto aveva di fronte a sé nel momento in cui si è determinato nella sua scelta delinquenziale, con piena consapevolezza delle relative conseguenze, così da poterne adeguatamente ponderare i benefici e gli svantaggi».

Tutti questi punti fermi «sono stati travolti dalla legge “spazzacorrotti” che, cambiando le carte in tavola, ha trasformato radicalmente la risposta sanzionatoria prevedendo quale soluzione ordinaria l’esecuzione della pena in carcere e tempi molto più lunghi per il conseguimento degli effetti estintivi sopra indicati (cd. “daspo per i corruttori”) determinando un vulnus nel principio di affidamento convenzionalmente e costituzionalmente tutelato».

In conclusione, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 comma 6 lett. b) della Legge n. 3/2019 nella parte in cui, modificando l’art. 4-bis O.P., si applica anche in relazione ai delitti di cui agli artt. 318, 319, 319-quater e 321 c.p. commessi anteriormente all’entrata in vigore della medesima legge.

(Fonte, giurisprudenzapenale.com)

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